In Iran ogni città, ha i suoi
martiri.
Arrivo ad Abyaneh un antico
villaggio di montagna a 2000
metri sui pendii dei monti Karkas.
All’inzio della strada che porta
nel cuore di questo luogo fuori dal modo domina un cartellone con l’immagine di
un shahid.
Lungo le strade fra le case color
ocra ci sono altre immagini di martiri incorniciate e attaccate sui pali della
luce piuttosto che sui muri di mattoni crudi. E proprio su quei muri c’è
scritto “We Resist”.
Ad Abyaneh, in origine luogo di
culto zorostriano, oggi troviamo il Mausoleo dei martiri della guerra Iran-Iraq,
una meta non solo per i turisti stranieri.
Gli Shahid, i martiri testimoni del
loro credo morti per la patria, sono più che un simbolo per l’intero paese.
La sacralità del martirio fornisce
una dignità pubblica, un riconoscimento sociale a chi attraverso il sacrificio testimonia
la propria fede. Nuovi e vecchi culti a metà
strada tra l'eroe e il santo.
Ma sui manifesti per le
strade non ci sono donne: le martiri non hanno ancora un posto ufficiale nella
jihad.
Una esclusione che fa di loro
dei cittadini di seconda classe? E’
forse questa la causa del sempre maggiore numero di donne che si arruolano volontarie
per azioni suicide?
Se la partita delle pari
opportunità si deve giocare anche su questo piano possiamo indiscutibilmente
affermare anche noi: “Beato quel paese che non ha bisogno di eroi!” (Brecht)
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